di Arianna D’Amico · Dopo diversi mesi che stava sulla libreria, di recente mi è capitato di riprendere in mano un libro che volevo leggere da tempo. Ne ero rimasta incuriosita dopo che un professore ce lo aveva consigliato come lettura in una delle solite conversazioni extra-curriculari, parlando della natura umana e dell’homo economicus. Lo scopo principale del libro, ci disse, è dipingere l’essere umano partendo dal presupposto che uccidere un uomo non è, in realtà, così semplice come a volte si crede.
Attraverso un percorso storico, filosofico e psicologico, un passo alla volta, Rutger Bregman prova a decostruire la visione hobbesiana dell’uomo per riscoprirne un animo tendenzialmente socievole e altruista; un animo “da cucciolo”, come lo chiama più volte. Ma il problema di una tale impresa è che, per secoli, si è sempre ritenuto vero il contrario. La storia la scrivono le persone, e le persone spesso tendono a vedere solo quello che vogliono: se studiosi, scienziati, ricercatori, e in generale tutti coloro che sono in grado di diffondere la conoscenza, per anni sono rimasti convinti che l’uomo è un essere crudele ed egoista, quanto rimane di oggettivo nelle ricerche e nelle prove di tale teoria studiate per decenni?
Diversi fatti storici sono riportati nel libro, tanti riguardanti delle battaglie: episodi in cui i soldati hanno costantemente sbagliato bersaglio o non hanno sparato, incidenti per i quali in diversi sono finiti in infermeria per essersi feriti da soli, armi ritrovate sui campi di battaglia decisamente troppo piene di munizioni (in fondo, se carichi l’arma, nessuno può rimproverarti che non la stai usando). E parlandone anche con altre persone ho ricevuto delle risposte piuttosto coerenti: “durante la leva, persino per le esercitazioni i soldati si ferivano per tornare a casa prima”, mi ha risposto mio nonno. Un altro uomo mi ha poi raccontato dei suoi anni da militare: “sono arrivate persone non autorizzate mentre ero di guardia, e nessuno rispondeva all’appello. Non ho sparato, ma avrei dovuto. Poi ho scoperto che era un’esercitazione per la quale nessuno mi aveva avvisato”.
Una prima osservazione dell’autore è questa: l’effetto nocebo esiste, ed è forte tanto quanto il placebo, se non di più. Che significa? Che, se tutti si convincono che l’uomo si comporterà egoisticamente, alla fine diventa vero: è un’interazione strategica, un perenne dilemma del prigioniero, in cui ognuno si aspetta il peggio dal prossimo, fino a che non lo ottiene. In altre parole, è la mancanza di fiducia nel prossimo che ha alimentato questa visione, insieme al fatto che, chiaramente, un comportamento violento fa decisamente più notizia di uno corretto: il primo finirà al telegiornale, il secondo, con tutta probabilità, no.
Insomma, convinci qualcuno che sta bene e starà meglio, convincilo che sta male e si ammalerà. Pensandoci, questo mi ha dato anche una visione di “porgi l’altra guancia” probabilmente banale, ma alla quale non avevo mai realmente pensato prima: dimostra a chi ti ha fatto un torto che c’è un altro modo di agire, e, magari, un giorno lo capirà.
Libro: Una nuova storia (non cinica) dell’umanità.