Prima di citare San Giovanni Paolo II, per favore, sciacquatevi la bocca. A proposito del discorso di J.D. Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco

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di Gianni Cioli · Nel discorso alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, pronunciato il 16 febbraio 2025, J.D. Vance, partendo dall’episodio dell’annullamento delle elezioni in Romania da parte della Corte costituzionale del paese, per le ravvisate interferenze russe, ha sostanzialmente accusato l’Europa di aver abbandonato e tradito i propri valori fondanti e fondamentali dimostrando di temere i processi democratici. L’Europa – è questa la punta di diamante dell’accusa di Vance – si determinerebbe a «dire a milioni di elettori», allarmati soprattutto da un fenomeno migratorio non governato, «che i loro pensieri e preoccupazioni, le loro aspirazioni, le loro richieste di sollievo non sono valide o non sono degne di essere prese in considerazione». La democrazia invece, ha affermato Vance, «si basa sul sacro principio che la voce del popolo conta. Non c’è spazio per i muri di fuoco». In sostanza: «Credere nella democrazia significa capire che ognuno dei nostri cittadini ha saggezza e ha una voce» (vedi).

Se questo è, in sintesi, il messaggio di Vance all’Europa, mi vorrei tuttavia soffermare su due dettagli del discorso, che mi hanno inquietato e fatto particolarmente indignare.

Il primo dettaglio riguarda la conclusione del discorso, nella quale il Vicepresidente USA cita, fuori contesto, San Giovanni Paolo II che, nella sua omelia inaugurale e poi in numerose altre occasioni, aveva esortato a non avere paura della scelta di fede cristiana: «Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà» (vedi). Vance pare, invece, applicare le parole del papa a una sorta d’invito alla fiducia incondizionata nei valori espressi dalla voce dei cittadini: «E se ci rifiutiamo di ascoltare quella voce, anche le nostre battaglie di maggior successo otterranno ben poco. Come disse una volta Papa Giovanni Paolo II, a mio avviso uno dei più straordinari campioni della democrazia in questo o in qualsiasi altro continente: “Non abbiate paura”. Non dovremmo avere paura della nostra gente, anche quando esprime opinioni che non sono d’accordo con la sua leadership» (vedi).

Ma è proprio corretta questa applicazione? A dire il vero, papa Woytila qualche distinguo e, quindi, alcuni impliciti timori, a riguardo della possibile degenerazione dei processi democratici, li ha espressi nella sua enciclica Veritatis splendor, là dove ha paventato il «il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità» (VS 101).

Qui si porrebbe il problema su cui Vance glissa, con tutto il sarcasmo di un abile sofista («se la democrazia americana può sopravvivere a dieci anni di rimproveri di Greta Thunberg, voi potete sopravvivere a qualche mese di Elon Musk»), di come l’opinione delle masse possa essere manipolata, attraverso nuove modalità comunicative, per interessi privati, da chi ha i mezzi tecnici ed economici, oltre che l’intelligenza (soprattutto artificiale) per farlo. Soprattutto qui si pone la questione, giuridica e tecnica, di possibili correttivi normativi all’utilizzo della comunicazione (correttivi notoriamente osteggiati dalla nuova amministrazione USA e da chi è prontamente saltato sul carro del vincitore), orientati al «riconoscimento della verità» (VS 101), perché questa non si riduca, di fatto, alla narrazione di chi abbia interesse a manipolare le masse (il loro voto politico, i loro consumi, il loro universo valoriale e religioso) e disponga dei mezzi per farlo.

L’altro dettaglio del discorso che mi appare inquietamente e, mi permetto di insinuare, offensivo per la memoria del papa del dialogo interreligioso (Cf. Assisi, 27 ottobre 1986) che pur si vorrebbe “cooptare” come testimonial a favore dell’attuale amministrazione USA, lo troviamo verso l’inizio del discorso, là dove Vance intende fornire alcuni esempi emblematici di prevaricazione contro la libertà di espressione e di coscienza di singoli cittadini da parte di alcuni governi europei.

Fra questi si cita il caso della condanna di un cittadino britannico, reo di essersi collocato a pregare nei pressi di una struttura deputata alla pratica dell’aborto, contravvenendo così a una legge che, nel Regno Unito, proibisce azioni che potrebbero influenzare la decisione di una persona entro 200 metri da strutture in cui si pratichi l’interruzione della gravidanza. Non ho alcun dubbio che, riguardo a questo caso, Giovanni Paolo II avrebbe condiviso, le perplessità e l’indignazione di Vance. Ma sono anche affatto certo che il papa polacco avrebbe avuto invece riserve molto serie sui sentimenti espressi da Vance a proposito del caso da lui esposto subito prima in questi termini: «Guardo alla Svezia, dove, due settimane fa, il governo ha condannato un attivista cristiano per aver partecipato a roghi del Corano che hanno portato all’omicidio del suo amico. E come ha notato freddamente il giudice nel suo caso, le leggi svedesi che dovrebbero proteggere la libertà di espressione non concedono, in realtà, — e sto citando — “un lasciapassare per fare o dire qualsiasi cosa senza rischiare di offendere il gruppo che detiene quella credenza”» (vedi).

Certo, è assolutamente deplorevole e criminale che qualcuno venga ucciso a motivo della propria intolleranza religiosa, ma questo non può portare, sofisticamente, a un compensativo diritto di cittadinanza per l’offesa all’altrui religione. Vance ritiene forse che il «capire che ognuno dei nostri cittadini ha saggezza e ha una voce» debba rendere plausibile l’offesa dei sentimenti religiosi altrui e, addirittura, una offesa così estrema come dar fuoco al Corano? Parrebbe di sì!

Nel 2010, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, durante il pontificato di Benedetto XVI, ritenne di dover citare Giovanni Paolo II proprio per condannare la proposta di un Koran Burning Day avanzata da qualcuno per l’11 settembre, anniversario dei tragici attacchi terroristici che nel 2001 causarono numerose vittime innocenti: «A quei deprecabili atti di violenza», sottolinea il Comunicato del Consiglio, «non si può porre rimedio contrapponendo un gesto di grave oltraggio al libro considerato sacro da una comunità religiosa. Ogni religione, con i rispettivi libri sacri, luoghi di culto e simboli ha diritto al rispetto ed alla protezione: si tratta del rispetto dovuto alla dignità delle persone che vi aderiscono ed alle loro libere scelte in materia religiosa. […]

Tutti i responsabili religiosi e tutti i credenti sono chiamati anche a rinnovare la ferma condanna di ogni forma di violenza, in particolare quella compiuta in nome della religione. Il Papa Giovanni Paolo II ebbe ad affermare, in proposito, che: “Il ricorso alla violenza in nome di una credenza religiosa è una perversione degli insegnamenti stessi delle maggiori religioni” (Discorso al nuovo Ambasciatore del Pakistan, 17.12.1999» (vedi).

Come è noto, i santi non si rivoltano nella tomba. Ma se lo dovessero fare, il santo papa polacco ne avrebbe, forse, ben d’onde, davanti a certi sofismi che, suo malgrado, lo vorrebbero tirare in ballo.

Per concludere ed evidenziare, se ancora ce ne fosse bisogno, la distanza fra l’orizzonte di valori dell’attuale amministrazione Usa e quello di San Giovanni Paolo II, a fronte della decisione di Trump di firmare, il 6 febbraio 2024, un ordine esecutivo con cui ha imposto sanzioni contro la Corte penale internazionale, accusandola, sostanzialmente per carenza di giurisdizione, di «azioni illegittime e infondate contro l’America e il [suo] stretto alleato, Israele», vorrei riportare quanto affermato da papa Wojtyla nel messaggio per la giornata della pace del 1° gennaio 2000: «Occorre […] compiere un capovolgimento di prospettiva: su tutto deve prevalere non più il bene particolare di una comunità politica, razziale o culturale, ma il bene dell’umanità. Il perseguimento del bene comune di una singola comunità politica non può essere in contrasto con il bene comune dell’umanità intera, espresso nel riconoscimento e nel rispetto dei diritti umani, sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. Devono essere superate, pertanto, le concezioni e le pratiche, spesso condizionate e determinate da forti interessi economici, che subordinano al dato ritenuto assoluto della nazione e dello Stato ogni altro valore. Le divisioni e differenziazioni politiche, culturali e istituzionali in cui si articola ed organizza l’umanità sono, in questa prospettiva, legittime nella misura in cui si armonizzano con l’appartenenza alla famiglia umana e con le esigenze etiche e giuridiche che ne derivano […]. Da questo principio scaturisce una conseguenza di enorme portata: chi offende i diritti umani offende la coscienza umana in quanto tale, offende l’umanità stessa. Il dovere di tutelare tali diritti trascende, pertanto, i confini geografici e politici entro cui essi sono conculcati. I crimini contro l’umanità non si possono considerare affari interni di una nazione. L’avviata istituzione di un Tribunale Penale Internazionale chiamato a giudicarli, dovunque e comunque avvengano, è un passo importante in tal senso. Dobbiamo rendere grazie a Dio se continua a crescere, nella coscienza dei popoli e delle nazioni, la convinzione che i diritti umani non hanno frontiere, perché universali e indivisibili» (vedi).

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