Più che i dazi urge una riforma dell’economia

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di Leonardo Salutati · Domina ormai da tempo sui giornali, nei TG e nei dibattiti economici e politici il tema dei dazi che la presidenza Trump intende applicare, creando forti allarmismi. Tuttavia, le attuali iniziative di Washington non sono affatto nuove. La precedente amministrazione Biden già faceva dumping sociale che, ancora, scandalizzava l’Ue perché andava contro le sue politiche di concorrenza e divieto di aiuti di Stato, senza considerare, comunque, che gli Usa hanno sempre vissuto di aiuti di Stato insieme al libero mercato (G. Sapelli). Inoltre, una serie di prodotti europei erano soggetti a tassazione rafforzata e sottoposti a regime speciale di importazione, in tutto o in parte, già dal 1999 con le Presidenze Bush, Clinton e Obama. Parte dei dazi, poi, che Trump impose durante il suo primo mandato (2017-2021) furono predisposti dalla precedente amministrazione Obama (cf. Federal Register, dicembre 2016).

Se poi andiamo più indietro nel tempo, è storia che per due lunghi anni gli Stati Uniti non si impegnarono militarmente a favore dell’Inghilterra aggredita da Hitler. A fine conflitto, nel luglio del 1944, si svolse la Conferenza di Bretton Woods, dove fu definito l’assetto economico-monetario post-bellico. Le proposte principali erano state elaborate dal britannico Keynes fin dal 1941 e ripetutamente discusse con gli americani, con il preciso intento di evitare di replicare la “follia” della Conferenza di Parigi e del trattato di pace di Versailles del 1919, che Keynes aveva personalmente vissuto e avversato, che mise fine alla Prima guerra mondiale ma che creò le premesse per la Seconda guerra mondiale. Il grande economista britannico però, riuscì a far passare solo una parte delle sue proposte innovative miranti a garantire quell’equilibrio economico che è la premessa fondamentale per evitare nuove guerre. In particolare, gli americani non accettarono l’idea di dare vita a una moneta nuova, sganciata dall’oro e gestita da una banca mondiale, che l’avrebbe creata secondo le necessità dell’economia e del commercio internazionali, perché volevano approfittare degli straordinari vantaggi derivanti dal collocare il dollaro al centro del sistema economico-finanziario come divisa di riserva globale, prendendo il posto che in passato era stato della sterlina.

Ancora, nel 1946, l’Inghilterra stremata dalla guerra, ridotta a razionare il cibo e altamente indebitata con gli Usa, chiese a Washington un prestito sperando in condizioni favorevoli, nella convinzione che gli americani non avrebbero potuto non riconoscere alla Gran Bretagna il merito storico di avere resistito a Hitler praticamente da sola fino al loro ingresso in guerra. Le cose però non andarono come sperato. Washington non vedeva la ragione di riconoscere al Regno Unito condizioni diverse dagli altri Paesi e si dichiarò disponibile solo a un prestito oneroso, ponendo anche come condizione che la Gran Bretagna rinunziasse al sistema di accordi commerciali particolari con i Paesi del Commonwealth. Solo più tardi, nel 1948 Truman e Marshall finanziarono la ricostruzione dell’Europa, estesa alla Germania nazista, non per solidarietà ma come barriera contro il comunismo.

Oggi l’economia americana è debole. La sua crescita è drogata dall’eccesso di spesa, dagli alti salari, dalla produttività che ristagna, dagli investimenti che eccedono il risparmio di quattro punti di Pil. Il bilancio pubblico è passivo per il 7% del Pil, il debito supera il 120% del Pil. Gli americani consumano troppo, vivono a spese del resto del mondo che finanzia la loro bilancia dei pagamenti in rosso da mezzo secolo (P. Ciocca), grazie anche alle decisioni di Bretton Woods ma soprattutto a seguito dell’avvento della globalizzazione, ovvero quel processo di centralizzazione capitalistica e finanziaria esploso nel 1999, che ha avuto come effetto principale quello di incentivare la deindustrializzazione dei Paesi occidentali che, nel caso degli Usa, già esisteva. Di fatto le decisioni e gli annunci di Donald Trump sui dazi, che hanno come obbiettivo immediato quello di stimolare la reindustrializzazione, difendere la produzione nazionale dalla concorrenza e favorire l’ingresso di nuove industrie sul proprio suolo, non sono da interpretare solo in chiave economica, ma in un più ampio quadro geopolitico, perché gli equilibri internazionali stanno cambiando e gli USA vogliono far capire al mondo che la situazione finanziaria è sotto controllo e che quindi il dollaro rimarrà come divisa di riserva globale.

I dazi di Trump rientrano pertanto in un più complesso quadro internazionale in forte tensione, che rivela la lungimiranza delle esortazioni di Papa Francesco quando ricorda che per costruire la pace tra le nazioni occorre affrontare le questioni dello sviluppo mondiale e della cooperazione internazionale. Per cui in campo economico: «le parole “vittoria” o “sconfitta”(…). Non sono parole giuste; l’unica parola giusta è “pace”» (Udienza generale, febbraio 2015); «individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali (…). Così la convivenza umana diventa sempre più simile a un mero do ut des pragmatico ed egoista» (Messaggio per la celebrazione della XLVII Giornata Mondiale della Pace, 2014). Ne deriva l’urgenza di una riforma della «lodevole costruzione giuridica internazionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite» quale «pegno di un futuro sicuro e felice per le generazioni future» che tuttavia richiede di saper «mettere da parte interessi settoriali e ideologie e cercare sinceramente il servizio del bene comune» (Francesco, Discorso all’ONU, 25 settembre 2015).

Significativamente, la richiesta di riforma delle Nazioni Unite è stata espressa da tutti i Pontefici a cominciare da S. Giovanni XXIII, che in Pacem in terris gli dedica l’intero paragrafo n. 75, fino all’attuale Pontefice che in Fratelli tutti, citando la Caritas in veritate di Benedetto XVI, ricorda ancora quanto sia urgente e «necessaria una riforma “sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni”» (n.173) capace di vivere in pace.

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Leonardo Salutati

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