La «Porta della Speranza» e i giorni terribili delle carceri italiane

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di Antonio Lovascio · Statistiche tragiche, che parlano da sole: nel 2024 ben 91 suicidi e dall’inizio del 2025 altri venticinque. Sono anni terribili per le carceri italiane, dove ogni giorno per il sovraffollamento viene calpestata la dignità umana dei detenuti e sono rese inaccettabili le condizioni di lavoro del personale penitenziario. Con i richiami del Presidente Mattarella, che invoca il rispetto della Costituzione, la scossa più forte alle coscienze è venuta da Papa Francesco, che durante il suo pontificato ha visitato, portando parole di conforto, non meno di sedici istituti di pena dimostrando una sensibilità particolare che deriva da un’esperienza profonda, personale. C’è una frase stupenda che dice sempre. “Ogni volta che entro in un carcere mi domando perché loro e non io”. E poi c’è la sua visione del mondo, che è nel suo nome, Francesco. Non ci siamo certo stupiti quando, all’inizio del Giubileo, aprendo una Porta Santa a Rebibbia (eretta a “Basilica”) ha chiesto al governo di assumere iniziative che restituiscano speranza. In concreto – non è difficile individuarle – forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi. A Bergoglio si è unita la Cei, sottolineando che “è necessario mettersi in ascolto e dare dignità al grido degli ultimi: come Chiesa in Italia continuiamo a camminare con i fratelli che hanno sbagliato, con amore, perché questo ci fa riconoscere nell’altro la persona che è sempre degna della nostra compassione”.

Sull’onda delle morti in cella che registra la cronaca, anche i singoli vescovi hanno rivolto appelli alle istituzioni, nelle situazioni più drammatiche delle loro Diocesi. In Toscana più volte è sceso in campo e fatto sentire la sua voce il neo arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli, che fino a pochi mesi fa è stato cappellano di Sollicciano (per i magistrati andrebbe chiuso e rifatto), quindi conosce bene la situazione carceraria fiorentina e del nostro Paese. L’emergenza principale riguarda sempre il sovraffollamento: al 28 febbraio scorso erano 62.165 i detenuti presenti in 190 istituti, circa 11mila in più rispetto alla capienza regolamentare e addirittura 15mila in esubero se si considerano i posti letto effettivamente disponibili. Ci sono celle di quattro persone dove vivono in 7 o 8, come accade, per esempio a Foggia.

E anche il sistema minorile, un tempo fiore all’occhiello dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei, è andato in tilt: strutture senza più posti disponibili, dove i ragazzi dormono per terra, assumono psicofarmaci come fossero caramelle, protestano spesso con azioni violente. Nei 17 carceri, al 15 marzo scorso erano ospitati 611 minori e giovani adulti, i più affollati risultano il Cesare Beccaria di Milano e Nisida. “Di fronte a una popolazione detenuta composta prevalentemente da persone vulnerabili – afferma il presidente dell’Associazione Antigone, Patrizio Gonnella – la risposta istituzionale è stata la chiusura generalizzata nelle celle. I detenuti sono così costretti a stare in luoghi malsani sino a venti ore al giorno”.

Fin dall’inizio del suo insediamento (22 ottobre 2022) il governo ha detto di voler intervenire sul sovraffollamento aumentando le strutture detentive, cioè costruendo nuove carceri o convertendo spazi già esistenti per creare altri settemila posti nei prossimi tre anni e assumendo nuovo personale in un organico che attualmente conta 17 mila addetti. Lo ha ribadito la premier Meloni alla conferenza di “fine anno” 2024 , tenuta il 9 gennaio del 2025: “Secondo me il modo serio di risolvere il problema non è l’amnistia o l’indulto, ma è un altro: ampliare la capienza delle carceri, e poi rendere più agevole, ad esempio, il passaggio dei detenuti tossicodipendenti nelle comunità”. È un’idea dispendiosa, che richiede molto tempo, come lo è quella di riutilizzare le caserme dismesse. Ecco perché le Associazioni che si occupano dei diritti dei detenuti e la stessa Cei insistono nel suggerire soluzioni che siano vere alternative alla detenzione in carcere, anche perché in questo modo si riduce il tasso di recidiva. D’altra parte l’obiettivo costituzionale della pena è la rieducazione della persona condannata per favorire il suo reinserimento in società. “Rieducare” è proprio il termine usato da Papa Francesco con l’invito “a spalancare le porte del cuore anche nelle situazioni più difficili”, nel lanciare a tutti i detenuti, in questo Giubileo, “l’ancora della speranza”. “La speranza non delude mai!”.

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Antonio Lovascio

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