di Francesco Vermigli · Il sacramento della riconciliazione è il sacramento per eccellenza dell’anno giubilare; constatazione che possiamo fare con naturalezza anche per il Giubileo iniziato da alcuni mesi. Del Giubileo dedicato alla speranza abbiamo già parlato negli scorsi numeri: nel mese di gennaio abbiamo trattato della speranza in questo anno giubilare nell’articolo Sperare come, sperare per chi: qualche considerazione all’inizio del Giubileo e nel mese di febbraio abbiamo trattato della relazione tra la Risurrezione e ancora una volta la speranza (La Risurrezione e il Giubileo della speranza).
Ora, il nostro sguardo va a quel sacramento che tra tutti i sacramenti rivendica il primo posto per l’ottenimento dell’indulgenza plenaria. È cosa nota che l’indulgenza plenaria – la grazia giubilare specifica, cioè la remissione della pena temporale connessa con il peccato – si ottiene (oltre che grazie alle specifiche pratiche previste per il Giubileo a Roma e oltre che grazie alla consueta partecipazione alla comunione eucaristica) mediante la confessione dei peccati; con l’eliminazione di ogni anche più piccola affezione al peccato.
L’importanza che questo sacramento riveste nella prassi giubilare si scontra con quella che potremmo chiamare la “disaffezione” generalizzata nei confronti di questo specifico sacramento. A dir la verità, è necessario anche affermare che, quando ai nostri tempi si accede alla confessione, vi si accede con maggiore consapevolezza. Proprio perché si tratta di una richiesta che avviene all’interno di un contesto generalizzato di disaffezione per tale sacramento, questo accesso al sacramento della riconciliazione risulta particolarmente significativo. Procedendo oltre nel nostro discorso, intendiamo 1) riflettere sulle ragioni che possono spiegare almeno in parte questa disaffezione e 2) quali siano le conseguenze (non mediocri a livello spirituale) per il singolo e per la comunità di questa stessa disaffezione.
1. Le ragioni. A riguardo delle ragioni che possono render conto di questa disaffezione, vogliamo ricordare quelle che a nostro giudizio vanno ad intaccare il concetto di “responsabilità morale”: quella categoria morale, cioè, che è intrinseca al concetto di “peccato” e conseguentemente anche connessa con la confessione. Infatti, se non c’è la responsabilità morale, non ci sarà neppure peccato e quindi neanche la necessità (e non vogliamo qui valutare in quali casi specifici questa necessità entri in gioco) di accedere al sacramento che ha il compito precipuo di assolvere dai peccati.
Tra le ragioni che potrebbero essere chiamate in causa, potremmo individuare il forte soggettivismo che connota il nostro tempo: il sacramento della riconciliazione a ben vedere reca con sé un rito e un ministro, mentre l’epoca moderna rivendica una relazione spontanea (irrituale, cioè a prescindere da un rito) e diretta (cioè, senza mediazione di un soggetto terzo) con Dio. La scarsa percezione del senso ecclesiale del sacramento della riconciliazione (riflesso della scarsa percezione della dimensione ecclesiale dello stesso peccato, anche fosse il più occulto, in relazione alla comunione dei santi) è forse la radice più profonda di questa difficoltà del soggetto moderno ad affidarsi alla mediazione del ministro del sacramento.
Ma intendiamo qui piuttosto notare – come dicevamo sopra – quali siano alcune delle ragioni che conducono alla limitazione della responsabilità morale. Individuiamo in particolare un paio di versanti che chiameremo uno “sociologico” e l’altro “psicologico”. Al primo si riconducono quelle argomentazioni che indicano nel sistema di vita di un soggetto, nell’ambiente in cui è cresciuto o in cui vive la spiegazione ultima di qualsivoglia atto morale; che è poi dire che noi non siamo mai realmente responsabili rispetto agli atti che compiamo, buoni o cattivi che siano. Che l’ambiente possa influire sull’atto morale è affermazione che si potrà fare; e si potrà entrare caso per caso nell’ambito della limitazione (nella forma delle attenuanti) della responsabilità morale, ma non dichiararla ex professo. Al secondo versante – che definiamo “psicologico” – spetta una considerazione di questo genere: non conta la moralità dell’atto, l’obbiettivo da perseguire fondamentale è il benessere psichico della persona, alla quale si dovrà risparmiare ogni considerazione di valutazione morale sugli atti compiuti.
2. Le conseguenze. Vogliamo in breve considerare quale siano le conseguenze di questa generalizzata situazione di disaffezione per la confessione. In particolare, la conseguenza più radicale appare questa: che eliminando (o estenuando quasi al nulla) la responsabilità dei nostri atti, si preclude all’uomo l’esperienza più sconcertante, più estrema dell’amore che è l’esperienza del perdono. Si tratta, cioè, di quella esperienza che trasmette un’idea fondamentale e inusitata: quella secondo la quale nell’amore non c’è mai una fine, non c’è mai un’ultima parola; nessuno può essere inchiodato ai propri peccati… perché nessuno e niente ci potrà separare dall’amore di Cristo (cf. Rm 8,35-39). L’esperienza del perdono che si fa nel sacramento della confessione mette assieme verità e amore in una sinfonia che solo la grazia di Dio può rendere perfetta.
Ma di quale perdono potremo mai parlare, se all’uomo è tolta la gravità del peccato? Se non esiste alcuna verità disordinata, su cosa mai potrà sovrabbondare la misericordia di Dio, che supera ogni intelletto? La Chiesa, invece, sa che verità e amore si incontrano (cf. Sal 85,11) in un modo straordinario nella meravigliosa esperienza del perdono.