Firenze tra Torino e Roma: la «Tappa» necessaria della nascente capitale d’Italia

900 471 Francesco Romano
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di Francesco Romano · Il trasferimento della capitale da Torino a Firenze fu accettato dai fiorentini senza particolare entusiasmo e per dirla col Ricasoli “non l’avevano né cercata né ambita”. Doveva essere una sistemazione provvisoria forse di 10-25 anni nell’attesa di passare a Roma. Un arco di tempo in cui furono fatti bilanci per investimenti di trasformazione urbanistica e abitativa della città per renderla idonea ad accogliere la sede del governo, le infrastrutture, lo spostamento dal Piemonte di un numero elevato di persone tra funzionari, addetti alla funzione pubblica, professionisti di vari ambiti, famiglie ecc.

Il bilancio del Comune fu messo a dura prova. Alla fine del 1869 i debiti erano saliti a 89.287.500 lire, ma vi era la speranza che con i lavori distribuiti in un ampio arco di tempo, quale doveva essere la permanenza della Capitale a Firenze, si sarebbe potuto recuperare il perduto equilibrio.

Nel 1860 era ripresa l’opera di rinnovamento di Firenze, erano sorti quartieri nuovi, si erano allargate le vie Tornabuoni, Cerretani e Panzani, ma tutto era stato fatto con calma e parsimonia senza compromettere le sorti del bilancio comunale che alla fine del 1864 era ancora in buone condizioni.

L’arrivo della capitale a Firenze sconvolse ogni programma. Tra esitazioni, dubbi e preoccupazioni economiche, tutto fu travolto dalle pressioni del governo. Fu perciò rispolverato un progetto dell’ingegner Poggi che lo stesso autore non si illudeva di vedere realizzato perché troppo dispendioso: abbattere le mura urbane e al loro posto costruire ampi viali di circonvallazione, dotare la città di una magnifica passeggiata panoramica, il viale dei Colli, erigere un nuovo quartiere nella zona della Mattonaia, insomma mutare radicalmente il volto di Firenze.

Vasti piani edilizi furono predisposti, ma in un primo tempo si dovette affrontare la crisi degli alloggi per l’arrivo di migliaia di famiglie da Torino. Superato il problema, che fu l’ossessione del primo anno della capitale, si tornò a considerare l’opportunità di rinnovare anche il centro cittadino. Si decise di allargare via Martelli e si deliberò di abbattere i Camaldoli di San Lorenzo; al loro posto sarebbe sorto il Mercato centrale, preludio al risanamento della zona del Mercato vecchio.

La decisione del trasferimento della capitale da Firenze a Roma prevista per un tempo più lontano finì per stravolgere la tranquillità. Ora, invece, con il passaggio repentino del governo a Roma, per Firenze ci sarebbe stato il contraccolpo: esodo improvviso di decine di migliaia di persone, interessi perturbati, abitazioni sfitte, negozi in difficoltà, crisi economica su tutta la linea. D’altra parte le opere in corso erano molto avanzate, c’erano impegni precisi e si rischiava di rendere immediato il problema della disoccupazione di migliaia di operai. Si poteva rinunciare al Ponte Carlo Alberto, l’attuale Ponte Vespucci, altro non si poteva fare.

Peruzzi propose una commissione col compito di studiare quali opere dovessero essere sospese e di compilare l’elenco dei locali da richiedere al governo per le necessità cittadine, considerato che ne avrebbe lasciati liberi in gran quantità.

L’indebitamento del Comune aumentato nel corso del 1870 era dovuto ai costi per rendere agibile la vita politica e sociale della capitale fiorentina. Fin dal 1860 Firenze senza ambire a tanto, aveva fatto volentieri dono di sé al nascente Stato italiano, aveva partecipato con entusiasmo ai clamorosi avvenimenti che avevano condotto con fulminea rapidità alla quasi totale unità territoriale del paese, ma la vita quotidiana non era mutata gran che, non erano cambiate le tradizionali abitudini, un po’ provinciali, ma sempre improntate a signorilità frutto di un grande passato di civiltà e di cultura di cui tutti, nobili, borghesi e popolani si gloriavano e sul quale vivevano di rendita. Il senso di decadenza veniva percepito dal venir meno dell’intraprendente spirito di iniziativa degli antenati dei secoli lontani. L’eccessivo spirito critico, osservava La Nazione, faceva sì che “le ragioni che più presto scopriamo e cui più ci attacchiamo son sempre quelle di non far nulla”, una tendenza a quel pigro adagiarsi in un improduttivo scetticismo che annullava spesso le innegabili doti di intelligenza viva, pronta, scattante.

Tutte queste cose i fiorentini lo sapevano benissimo e ci scherzavano con pungente autoironia, ma non sopportavano che altri venissero a trattarli, come facevano i subalpini, con sufficiente superiorità verso i quali da lungo tempo non nutrivano eccessive simpatie. Leggi, costumi, perfino il linguaggio burocratico, tutto doveva assumere forme piemontesi. Era nata così in Italia una larga corrente ostile al “piemontesismo” che aveva mostrato la sua consistenza quando l’annuncio del trasferimento della capitale a Firenze, accolto a Torino con le sanguinose sommosse del settembre 1864, era stato salutato con gioia nelle principali città del nuovo regno, e Firenze, senza volerlo, si era trovata a essere l’esponente di quell’ondata di dichiarata antipatia contro l’ex regno di Sardegna.

Una posizione difficile per una città che si apprestava a ricevere con gli onori d’obbligo proprio i piemontesi, coloro che con facile profezia d’ora in poi sarebbero stati i padroni, perché le redini della cosa pubblica, salvo qualche eccezione, le avevano sempre tenute loro, né intendevano rinunciarvi, convinti come erano di essere solo loro in grado di dirigere le sorti della nascente Italia.

Persino nelle piccole cose il dissidio si rivelò, prima aperto, un po’ attenuato col passar degli anni, fra i fiorentini e coloro che con un certo disprezzo erano chiamati “i nuovi venuti” o, peggio ancora, “buzzurri”. Non tanto perché il loro arrivo aveva dato avvio a quella specie di rinnovamento che fu la totale trasformazione urbanistica di Firenze. Non furono molti a rimpiangere le molte cose che andarono giù. La grande maggioranza vedeva ben volentieri il totale rinnovamento della città: strade larghe e diritte, grandi piazze con giardini e fontane, portici, gallerie, tutto fresco, nuovo, pulito.

Dispiacque invece ai fiorentini il tono di superiorità, di comando assunto dai “nuovi venuti”, il dettare legge a ogni istante anche dove non capivano assolutamente nulla, come in fatto di arte, del cui senso erano del tutto sprovvisti. Palazzi, conventi celebri, quadri famosi, oggetti di inestimabile valore erano ogni giorno messi in pericolo o dispersi dai ministeri e soprattutto dal demanio che, per esempio, faceva impiantare un’officina meccanica là dove c’era un mirabile affresco, oppure pensava di fare quattrini lottizzando il parco delle Cascine e mettere all’asta perfino il Giardino dei Semplici o destinare il convento di San Marco a sede della direzione delle gabelle.

Dispiacque anche la critica costante, acre dei giornali che dalle rive del Po si erano portati su quelle dell’Arno, diretta a istituzioni care ai fiorentini. Per esempio la Misericordia definita “una indecente mascherata”, “un assurdo monopolio di un’opera di carità”, che con “l’osceno spettacolo dei monatti pei funerali” era la “vergogna di un paese civile”. E non parliamo della “indegna pagliacciata” che i preti si ostinavano a ripetere ogni anno: lo scoppio del Carro. Tuttavia bisognava sopportare, limitarsi a rispondere per le rime e pazientare per amor di patria, di quella patria che in quegli anni passava momenti di estrema difficoltà.

Eppure l’inizio del 1870 a Firenze non si presentò peggiore degli altri, né faceva prevedere in qualche modo quel che sarebbe capitato di lì a pochi mesi. Continuavano i lavori ai viali di circonvallazione, c’era qualche tratto di mura da abbattere ancora, ma in compenso si stava terminando il viale dei Colli; il piazzale Michelangelo, già meta di passeggiate, era quasi terminato; si costruivano nuovi lungarni e si progettavano altri lavori come liberare il Ponte Vecchio dalle “vecchie baracche che lo ricoprono” che non fu approvato dall’ufficio d’arte del Comune. Si deliberò l’allargamento del ponte alle Grazie da sei a dodici metri con l’abbattimento delle caratteristiche casupole schierate ai lati.

Il 20 settembre 1870 Roma è italiana. Giornali subalpini trasecolarono. Sei anni prima, con il trasferimento della capitale a Firenze, a Torino erano avvenute scene sanguinose. Firenze invece sapeva di essere una capitale provvisoria, “la Tappa”, come la chiamavano, ma per la popolazione si presentavano anni duri e difficili di crisi. Ricasoli, nel marzo di quell’anno aveva scritto “quando sarà il momento Firenze rinunzierà senza rammarico all’onore di essere sede della capitale” e la stessa cosa Collodi poco prima del 20 settembre aveva scritto nel “Fanfulla”. Gli unici, si diceva scherzando, a brontolare erano i bottegai e i padroni di casa.

Di lì a poco, uomini politici come il Sella, e giornali piemontesi manifestarono una singolare fretta a trasferire subito la capitale. L’inattesa facilità con la quale si era andati a Roma faceva temere che la si potesse perdere altrettanto presto se non si correva subito a prenderne ufficialmente possesso. Tuttavia, ai fiorentini, pur non avendo mai ambito ad avere la capitale, quella fretta parve una scortesia. La polemica risorse viva soprattutto nei giornali locali irritati dalle opposizioni di organi di stampa piemontesi ai compensi da dare a Firenze. Si disse che Firenze aveva guadagnato abbastanza negli anni in cui era stata sede del governo per aver diritto a chiedere indennizzi, e dalla parte avversa si elencavano i debiti contratti dal Comune proprio per colpa della Capitale, debiti che ora ricadevano sulle spalle dei cittadini. Voci isolate, stizzose furono le repliche dei fiorentini che si concludevano con un “levatevi presto di torno” e con l’augurio di trovare la cara Firenze del passato, tutta dei fiorentini. Il che naturalmente era impossibile. Quel che non vedevano quei nostalgici era l’incontestabile bene che quegli anni avevano fatto alla città.

Oggi si potrà discutere se fu un male abbattere la cerchia delle mura per sostituirla con i viali di Circonvallazione, se la furia innovatrice andò troppo oltre e sacrificò monumenti e memorie che meritavano di essere salvati, ma a parte la realizzazione del viale dei Colli, che dette alla città un inimitabile aspetto di signorile grandezza, si deve pur dire che cinque anni di capitale scossero la vita troppo modesta di Firenze, ne allargarono l’orizzonte, la inserirono decisamente nella vita nazionale.

Che poi governo e parlamento abbiano con ingratitudine lesinato gli aiuti a Firenze nel momento in cui infuriava una gravissima crisi economica causata dai debiti contratti fra il 1865 e il 1870, è un fatto che non meraviglia. Non può sfuggire all’attenzione anche di un osservatore distratto che l’occupazione della città con tutti i suoi uffici e l’apparato burocratico della capitale, per la cui sistemazione, ancorché temporanea, richiese un intervento di trasformazione radicale, non vi sia rimasta traccia, quasi una “damnatio memoriae” di quel passaggio che ne tenga viva la memoria, neppure una lapide su un edificio pubblico che fu sede istituzionale oppure una insegna per la guida turistica.

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Francesco Romano

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