«Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore»

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di Stefano Tarocchi · La liturgia delle domeniche di Quaresima dell’anno corrente, l’anno C, è ricca di molti spunti che possono servire per approfondire la nostra riflessione sul mistero che celebriamo solennemente una volta l’anno la domenica della Pasqua – è il significato letterale della parola “solenne” – ma è anche il significato di ogni domenica, Pasqua che ricorre ogni settimana.

«Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio, infatti, che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2 Cor 5,17-21)

In questo breve tratto del secondo scritto  di Paolo ai corinzi, che fa parte di una corrispondenza molto più ampia, in parte perduta e in larga parte trasmessaci da quelli scritti, tra l’apostolo e quella comunità del mondo antico, impariamo uno degli aspetti decisivi del ministero dell’apostolo Paolo, qui messo in particolare rilievo.

Una volta stabilito che l’essere nuovo del credente è posto nel Cristo, allora possiamo dire che ciò che era prima di Cristo va ascritto al mondo vecchio, il mondo che è passato perché è nato un mondo totalmente nuovo.

Lo esprime bene il libro dell’Apocalisse, quando dice:

«Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
“Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.

E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate”.


E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”».

È rilevante che si tratta dell’unica volta in cui lo stesso Dio parla nel libro dell’Apocalisse, l’unica volta che ascoltiamo la sua voce. Le parole che Dio pronuncia sono è rivolte al veggente di Patmos, per dire che la vera novità, che tutto ricrea, è opera sua, non dell’uomo.

Paolo, invece, a partire dalla riconciliazione operata da Cristo, si presenta come l’ambasciatore del Dio che chiede di potersi riconciliarsi con tutti gli uomini, nell’“oggi” che segna la loro vita: il momento favorevole è «ora». Questa riconciliazione avviene attraverso l’intervento di Gesù Cristo: questi non ha conosciuto peccato, ma è stato trattato da «peccato» per rendere tutti gli uomini graditi a Dio.

Appartenere a Cristo significa essere «in lui» «creazione nuova». Tutto ciò che è vecchio è ormai passato, per lasciare lo spazio a ciò che è nuovo. Il mistero della riconciliazione universale che è stata operata da Dio attraverso il Cristo, esimendo gli uomini dalla responsabilità delle loro colpe e lasciando che Cristo ne assumesse i peccati, è ora affidata al ministero degli apostoli, e di Paolo in questo frangente particolare.

Egli, al pari degli altri apostoli del Vangelo, passati e presenti, diventa «ambasciatore» e «collaboratore» della riconciliazione con Dio. Questo progetto divino va accolta nell’oggi in cui si produce, per non correre il rischio di lasciare senza effetto la riconciliazione di Dio, donata gratuitamente agli uomini.

Il punto fondamentale è inaudito: Dio ha scelto di trattare suo figlio come “peccato”, ossia come qualcosa da allontanare da sé, qualcosa che contamina irrimediabilmente. L’immagine è ancora più dirompente del fatto che Dio potesse considerare il figlio come peccatore: si tratta di qualcosa di straordinariamente più importante.

Paolo non ha in mente l’esistenza divina di Gesù, quando dice che questi Dio «non aveva conosciuto peccato», ma l’uomo Gesù nella sua esistenza reale, al pari del giusto sofferente tratteggiato dal profeta Isaia:

«Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità» (Is 53,9-11).

Un simile pensiero è riecheggiato nella lettera ai Romani, quando l’apostolo scrive che «ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne» (Rom 8,3).

Dio considera suo figlio come ribellione, come cosa immonda, come peccato appunto, per usare verso di noi la sua opera di salvezza, ossia la “giustizia”: l’atto con cui da peccatori diventiamo giusti.

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Stefano Tarocchi

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